Omelia di Padre Alberto del 27 febbraio: Il serafino di Maria: S. Gabriele dell’Addolorata PDF Stampa E-mail
Scritto da Padre Alberto   
Martedì 04 Marzo 2014 19:07

San Gabriele dell'AddolorataLa vita di San Gabriele si può suddividere in due periodi: il primo, è la vita di Francesco Possenti, la vita di un giovane normale, onesto e credente e va fino ai 18 anni; il secondo è la vita di Gabriele dell’Addolorata, va dai 18 ai 24 anni ed è una corsa verso la santità.

Francesco Possenti nasce ad Assisi (PG) il 1° marzo 1838, undicesimo di tredici figli del governatore pontificio Sante, e della mamma Agnese Frisciotti, una nobildonna di Civitanova Marche, che purtroppo muore a 41 anni lasciando Francesco ancora bambino di 3 anni.

La famiglia è costretta a 27 trasferimenti nelle Marche, Umbria e Lazio a causa del lavoro di governatore e poi di assessore del padre, con continui sradicamenti e disagi. Nel 1841 Sante è nominato assessore di Spoleto, dove trasferisce anche la famiglia e dove l’anno dopo muore Agnese Frisciotti, dopo aver dato la vita a 13 figli in 19 anni di matrimonio. La famiglia è di grado sociale elevato ed è timorata di Dio. Ogni sera si recita il rosario. Il Padre, rimasto vedovo, fa ogni mattina un’ora di meditazione e poi va a messa, portandosi sempre almeno uno dei figli.

Non mancano le sofferenze. Dei tredici figli ne rimangono solo otto. Questo però non basta a fiaccare l’indole vivace e gioiosa di Francesco. A tredici anni inizia gli studi liceali tra i Gesuiti. È studente brillante; riesce in tutto ma soprattutto nelle materie letterarie. Consegue premi e lodi. Veste elegantemente, è spigliato e spiritoso. Mette in caricatura i suoi compagni di studio.

Ama le feste e il ballo, ma si mantiene pulito. Scaccia in malo modo un amico che gli faceva brutte proposte. Per ottenere la grazia di guarire da una grave affezione alla gola, promette di farsi religioso. Ma l’attrazione per la vita spensierata e i richiami del mondo l’hanno sempre frenato. Una vita che si può dire anche esemplare che concilia garbatamente il mondo e Dio.

Ma non è così. “Chi non guadagna con me disperde”, dice il Signore, e i talenti non si possono sotterrare senza colpa. Quante volte si sente dire: “Io non ho bisogno di andare in chiesa, o di partecipare a nessun gruppo. Non faccio del male a nessuno, faccio con coscienza il mio lavoro”.

Ma non c’è santità senza progetto, frutto di una decisione. Francesco la decisione la prese il 22 agosto 1856, quando l’immagine della Madonna della Sacra Icona del duomo di Spoleto, portata in processione, gli passò davanti, gli sorrise e gli fece udire questo invito preciso: “Cecchino, cosa stai a fare nel mondo? La vita religiosa ti aspetta”. Finisce qui la vita di Checchino Possenti.

Inizia quella di Gabriele dell’Addolorata. La Vergine, che aveva appreso ad amare in famiglia, lo accompagnerà sempre. Si chiamerà Gabriele dell’Addolorata, in suo onore. Essa sarà il segreto del rapido guadagno spirituale in soli sei anni, il che farà dire al suo compagno di noviziato, il B. Bernardo Silvestrelli: “Questo ragazzo ci ha rubato il passo”. È una certezza di tutti i santi mariani: perché Maria è la via più breve per arrivare a Gesù.

Sa Gabriele è conosciuto soprattutto per il suo amore straordinario a Maria Addolorata, che lui chiamava “il suo Paradiso”. Il cognome preso nel vestire l’abito religioso diventa un programma di vita.

Gabriele ha imparato a contemplare la passione di Gesù nel cuore addolorato di Maria e a contemplare i dolori di Maria nel cuore trafitto di Cristo. Come, da passionista, aveva fatto il voto di amare e fare amare Gesù Crocifisso, così fa il voto di amare e fare amare Maria Addolorata.

L’amore di Gabriele a Maria Addolorata fu amore concreto. Aveva promesso di non dire mai di no quando gli fosse fatta una richiesta per amore di Maria. Nelle prove e tentazioni ripeteva: “Non vorrai vincerti per amore di Maria?”. Era l’arma che gli faceva superare tutte le difficoltà.

A tutto questo Gabriele aggiunge una intensa vita di preghiera e una lotta decisa verso ogni forma di peccato. E’ commovente l’episodio, quando, in ginocchio davanti al suo direttore, il ven. Norberto Cassinelli, gli chiede piangendo: “Mi dica, padre, se nel mio cuore c’è qualcosa che dispiace a Dio, perché “lo voglio strappare da me ad ogni costo” e accompagna con un forte gesto della mano la sua intenzione.

La sua corsa verso la santità non la fa pesare; è sempre sereno e gioioso. Da Morrovalle scriveva al padre: “La mia vita è un continuo godere. La gioia che provo dentro questa casa è indicibile, se si confronta con i brevi passatempi del monto”. Eppure la sua vita fu una continua prova e piena di sacrifici: ma quando c’è l’amore, anche la croce diventa gioia.

Ora siamo noi a chiederci: Dov’è il segreto della sua santità? “Che cosa ha fatto di straordinario?”, già si chiedevano i confratelli dopo la sua morte, di fronte a tanti miracoli. Diceva il suo santo direttore: “Gabriele ha lavorato con il cuore”. Ha detto sempre sì a Dio, è il santo delle piccole cose, un santo che può essere modello a tutti, giovani e meno giovani, consacrati e laici, sposati e non sposati. E’ il santo dell’amore a Dio, alla Madonna, a ogni prossimo. E’ il santo dell’accettazione delle volontà di Dio. Accetta tutto da Dio e offre tutto a Dio.

Accetta serenamente anche la sua malattia, la tubercolosi, che avrà ragione di lui a soli 24 anni. Muore in una estasi di paradiso, pregando: “Mamma mia, fa presto”. È il 27 febbraio 1862, al sorgere del sole, confortato dalla visione della Madonna che aveva tanto amato.

Il resto è storia attuale, la  conosciamo tutti: 30 anni di silenzio e solitudine nella chiesetta di Isola, da dove i Passionisti sono stati cacciati, poi la riesumazione, la risposta di Dio, i miracoli strepitosi, le folle osannanti, la voce della Chiesa, che lo dichiara santo il 13 maggio 1920: era il 97° anniversario delle nozze dei santi genitori. Sono coincidenze che fanno riflettere. E ora anche il nuovo santuario, necessario per accogliere i due milioni di fedeli ogni anno.

Concludo: Io non avrei coraggio di dire: Voglio essere santo come S. Paolo d. C., come S. Pio da Pietrelcine, come Madre Teresa di Calcutta e simili colossi della santità. Ma potrei e dovrei dire: voglio essere santo come S. Gabriele. Io, ma anche tu, fratello, anche tu, sorella, anche tutti noi, giovani e meno giovani. Tutti possiamo essere santi come San Gabriele, il santo del cuore, il santo dell’amore, il santo delle piccole cose, se lo vogliamo realmente.

 
 

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